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«È un film di sommovimenti dell'anima e non di fatti e di intreccio, ed è certamente il film di una donna. Efficacissima Saponangelo, quanto a Sandrelli sembra un ruolo pensato a sua misura».
Paolo D'Agostini, la Repubblica
«Se i fischi che, dopo tiepidi applausi, hanno accolto i titoli di coda alla proiezione-stampa avevano una logica, bisognerà recapitarli al produttore. Il buon Nanni Moretti, blandito e vezzeggiato anche quando batte i record del narcisismo, ha infatti esagerato con 'Te lo leggo negli occhi', opera prima di una ragazza competente e appassionata come Valia Santella: prima gonfiando l'evento al di là delle sue tenui caratteristiche, poi assegnandosi un ideale botta-e-risposta con gli spettatori fedeli, ma non fessi. (...) Nel film non accade molto ed è qui che risaltano le pecche di una sceneggiatura (firmata dall'immancabile Heidrun Schleef) che indulge troppo al surplace poetico e al dettaglio un po' paranoico, appunto, alla Moretti. Ma la regia è più alta di molti dialoghi e certe situazioni perché, in fondo, davvero interessata solo alle luci livide, ai luoghi senza tempo, ai risvolti di una napoletanità aliena, stranita, inappagata, dolente eppure vitalistica. A questa visione intimidita e insieme determinata, tanto provvisoria e imperfetta quanto baluginante di scomode sincerità, collaborano volenterosamente Luigi Maria Berruano, Ernesto Mahieux, Mariano Rigillo, Tonino Taiuti, ma soprattutto la scenografia di Eugenia F. di Napoli e la fotografia di Tommaso Borgstrom. Non c'è motivo di fischiare, ma semmai di aspettare che Valia Santella superi le colonne d'Ercole del modello Sacher e liberi compiutamente i suoi allegri fantasmi».
Valerio Caprara, Il Mattino
«Reduce dal battesimo veneziano, il nuovo film prodotto da Nanni Moretti e virato tutto al femminile, una triplice traiettoria di sentimenti che passano dalla nipote alla madre alla nonna. 'Te lo leggo negli occhi' di Valia Santella, erede di una rinomata stirpe di teatranti napoletani, è infatti a suo modo una storia autobiografica arricchita dalla dialettica degli affetti e dalla bella confusione che a volte essi provocano. (...) L'opera quasi prima (c' era un 'Diario Sacher') è lastricata di ottime intenzioni narrative non ancora pienamente compiute in un incontro-scontro di movimenti dell'animo ancora un po' confuso ma che lascia ben sperare per il futuro».
Maurizio Porro, Corriere della Sera
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